Acqua-parquet - seconda stesura
Prima parte
Arrivavo sempre per prima. In ufficio lo scambiavano per scrupolo, ma la ragione era più semplice. A casa niente mi tratteneva, e alle otto meno un quarto l'ufficio restava l'unico posto della città dove una sedia mi aspettasse. Salivo le due rampe, infilavo la chiave nella serratura che d'inverno si inceppava, e per dieci minuti la stanza era mia.
Era una stanza ampia, col soffitto a cassettoni e il parquet, una stravaganza per una ditta di strade e ponti. L'avevano posato i proprietari di prima, quando lì abitava una famiglia, e nessuno si era mai preso la briga di schiodarlo. Era a spina di pesce, di rovere biondo, e i decenni gli avevano dato il colore della crosta del pane; e rispondeva. Rispondeva a tutto. Conoscevo ogni listello che scricchiolava e ogni listello muto. Nei dieci minuti di solitudine lo guadavo senza rumore, quasi fosse un'acqua bassa, posando i piedi sulle assi che sapevo zitte, per abitudine, nel timore assurdo che anche vuota la stanza potesse sentirmi. In quei dieci minuti soltanto ci stavo dentro senza sentirmi un'ospite.
Le scrivanie erano tre: la mia, accanto alla porta, reggeva la macchina da scrivere, il telefono nero, il datario, il tampone d'inchiostro viola e il registro di protocollo. Ogni carta che entrava o usciva passava di lì, e io la segnavo, con la data e il numero. Le altre due erano accostate alle finestre, e fra l'una e l'altra troneggiava il tecnigrafo. Era il mobile più grande e più pesante della stanza, e sotto di lui il parquet aveva un lamento suo, più cupo di tutti gli altri. La sera sul tecnigrafo rimaneva sempre una tavola fissata col nastro adesivo; la mattina la ritrovavo lì, coperta da un foglio di velina contro la polvere.
Spalancavo la finestra, anche a gennaio, il tempo di rinnovare l'aria. Mettevo la moka sul fornelletto elettrico che tenevamo nello sgabuzzino, fra le scope di saggina, il secchio di latta e i rotoli di carta lucida, e restavo in piedi accanto alla finestra finché il caffè non cominciava a borbottare. Poi sedevo, e aspettavo che il parquet mi dicesse chi stava salendo.
Avevo quarantun anni e abitavo sola in due stanze dalle parti della stazione. Detto così è già detto tutto: la sera il telefono taceva, la mattina uscivo senza nessuno a cui dire che uscivo. Infelice no. Mi ero convinta da tempo che un marito, dei figli, le domeniche dai parenti, per me non sarebbero venuti. La convinzione, una volta presa, mi era parsa perfino comoda: risparmiava le attese. In ufficio ero la signorina, quella che batteva a macchina e segnava; e quando c'era da domandare un parere, di solito lo rivolgevano a un altro.
*
Il geometra Pozzi arrivava alle otto e cinque. Mai alle otto, mai alle otto e dieci: alle otto e cinque, con un margine che in venticinque anni doveva essersi consumato fino a dissolversi. Lo udivo già dalle scale: aveva un passo senza fretta, che fretta non ne aveva mai avuta. Sul parquet disegnava ogni mattina la stessa figura: tre assi che cedevano appena, una che taceva, poi il tratto lungo fino all'attaccapanni, al gancio suo, il secondo da sinistra. Appendeva il cappotto; infilava la sciarpa nella manica, perché non scivolasse; d'inverno ci posava sopra il cappello, sempre con la tesa verso il muro; poi teneva addosso la giacca e si assestava la cravatta con due dita, senza guardare, un gesto che gli usciva da solo, al pari di certi uomini che si tastano il portafoglio scendendo dal tram.
«Buongiorno, signorina.»
«Buongiorno, geometra.»
Era il capo disegnatore dell'ufficio tecnico. Aveva cinquant'anni, forse qualcuno di più, e stava in ditta da prima dei viadotti, da quando si facevano soltanto strade. Aveva la faccia larga e quieta di un uomo a cui la vita era andata abbastanza bene, e un modo di dire buongiorno che pareva deciso la sera prima. Sedeva, estraeva dal cassetto l'astuccio delle matite, la apriva, la posava a destra. Poi passava al tecnigrafo, toglieva la velina, la piegava in quattro, la riponeva nel cassetto di sotto, e cominciava.
Io lo guardavo, perché finché non saliva il postino non avevo altro da fare. Lui stava lì, a tre metri, a ripetere gli stessi gesti nello stesso ordine. Certe mattine mi pareva di osservare il pendolo della sala d'aspetto, in stazione. Altre mi metteva addosso un disagio che non sapevo spiegarmi, e che sulle prime avevo scambiato per antipatia. Antipatia no. Il geometra Pozzi abitava quella stanza da padrone, io da inquilina in subaffitto; e la differenza, ogni mattina alle otto e cinque, la sentivo sotto i piedi.
*
Davide era entrato in ditta a settembre. Era il nuovo, il ragazzo, il geometra assunto per dare una mano al geometra Pozzi, e a ottobre non aveva ancora capito dove tenere le mani. Sul parquet si annunciava subito: irrompeva troppo svelto, si fermava a metà, ripartiva, e le assi lo tradivano una dopo l'altra. Aveva ventisette anni e una giacca che gli sbatacchiava sulle spalle, forse del padre, o comprata pensando al padre. La scrivania sotto l'altra finestra era sua, ma ci sedeva poco: passava le mattine in piedi accanto al tecnigrafo, un passo indietro, a guardare il geometra Pozzi disegnare.
Lo guardava da allievo, con la faccia di chi aspetta che gli spieghino il mondo. Io quella faccia la riconoscevo, perché per anni era stata anche la mia.
Una mattina, la prima settimana di ottobre, Davide gli fece una domanda. Quale fosse non lo ricordo, e forse nemmeno allora la capii. Era una questione tecnica, una quota che nel disegno c'era e nel capitolato no, o il contrario. Ricordo però che era una domanda precisa, di quelle che pretendono una risposta precisa, e ricordo la risposta. Il geometra Pozzi non alzò la testa dal tecnigrafo.
«Eh, vedrai» disse. «Vedrai, vedrai.»
E Davide annuì, contento come se avesse ricevuto una risposta, e tornò alla sua scrivania facendo gemere le assi. Io protocollai una lettera dell'assessorato provinciale. Erano le nove e un quarto e fuori cominciava a pioviscolare sui tetti.
*
Fu quello stesso mese, verso la fine, che sentii la parola.
Ero scesa a consegnare una busta al piano di sotto, e risalendo mi ero fermata sul pianerottolo, davanti alla porta socchiusa, a riprendere fiato. Le scale erano ripide, e quell'anno avevo cominciato a sentirle nelle giunture. Dentro parlavano: parlava il geometra Pozzi, col tono che usava per le chiacchiere senza peso, e Davide rideva.
Il principio non lo sentii; sentii la fine: «la signorina», una pausa, poi «zitella, poveretta», e la risata di Davide, e la matita che riprendeva a grattare sul lucido.
Rimasi sul pianerottolo il tempo di due respiri. Zitella. Poveretta. L'aveva detto con la voce della partita e delle previsioni del tempo, il geometra, mica per cattiveria; e il ragazzo rideva perché rideva l'altro, lo sapevo bene anche io. Appoggiai la mano sulla porta e la spinsi. Il parquet mi annunciò come sempre, il geometra Pozzi disse «Signorina» con un cenno, Davide non alzò gli occhi, e la signorina tornò a sedersi alla sua scrivania. Segnai la busta in uscita sul registro, con la data, e accanto scrissi anche l'ora: le undici e quaranta. Non scrivevo mai l'ora.
La sera, a casa, cenai in piedi davanti ai vetri, un uovo sodo e due fette di pane raffermo, come mi capitava spesso. Il telefono, sul mobiletto dell'ingresso, rimase muto; non me l'aspettavo. Alla parola pensai una volta sola, prima di addormentarmi, e poi la riposi. Nessuno dei due seppe mai che l'avevo sentita, né lo seppe nessun altro. Era il solo segreto che avessi, e lo tenevo.
II
A novembre Davide cominciò ad arrivare alle otto e cinque.
Me ne accorsi dal parquet prima ancora di sollevare la testa: due passi sulle scale invece di uno, e poi nella stanza due figure, quella del geometra Pozzi, che conoscevo a memoria, e subito dietro una che cercava di ricalcarla e non ci riusciva ancora. Tre assi, una che tace, il tratto lungo fino ai ganci. Il secondo da sinistra per il geometra Pozzi, il quarto per Davide, perché il terzo era rimasto libero da quando se n'era andato il disegnatore di prima, e nessuno aveva mai osato occuparlo.
Che si fossero messi d'accordo non credo. Davide doveva aver capito che alle otto e cinque, davanti al portone, c'era il geometra Pozzi, e che entrare con lui pesava meno che entrare da solo. Salivano chiacchierando: il geometra Pozzi parlava, Davide diceva «eh», «certo», «eh già». Poi buongiorno signorina, buongiorno geometra, e dietro Davide, «buongiorno», senza niente dopo, perché non aveva ancora deciso come chiamarmi.
Il geometra Pozzi discorreva della televisione. Il sabato sera c'era Canzonissima, e il lunedì mattina c'era il geometra Pozzi che la raccontava a Davide, il quale l'aveva vista anche lui ma ascoltava a bocca socchiusa, da spettatore della replica. Quell'anno c'erano Cochi e Renato, e il geometra Pozzi li adorava. Aveva preso da loro una frase, quella del maestro che dà il voto all'alunno, e la usava per tutto: quando la posta arrivava puntuale, quando il caffè riusciva buono, quando Davide finiva una tavola. «Bene, bravo, sette più.» La diceva con la mano aperta, all'altezza del petto, e ogni volta rideva per primo. Davide rideva secondo.
Un lunedì di novembre lo sentii fare tutto lo sketch.
Era presto, la posta non era ancora salita, e il geometra Pozzi stava in piedi accanto al tecnigrafo con la velina ancora sopra la tavola. Faceva il maestro: la voce, la faccia, la mano che si apre. Davide, dalla sua scrivania, faceva l'alunno, cioè rideva; finché il geometra Pozzi gli disse «Dai, fai tu la domanda», e Davide la fece, con la voce dello sketch, e il geometra Pozzi rispose col voto. «Bene, bravo, sette più.» Risero tutti e due, e il geometra Pozzi crollò il capo: «Eh, quei due lì», con l'affetto che si riserva agli amici di gioventù.
Io non risi. Divertente lo era, il geometra Pozzi lo faceva bene, aveva orecchio; ma ero la signorina, e alla signorina lo sketch non era rivolto. Lo guardavo come guardavo il resto, e vidi soltanto questo: Davide, facendo la domanda, non aveva usato la sua voce. Aveva preso in prestito quella di Renato, la voce di uno che non capisce e chiede, e gli veniva meglio della propria. Poi salì la posta, il geometra Pozzi tolse la velina e la piegò in quattro.
La sera la televisione la guardavo anch'io. Il sabato c'era Canzonissima e io la guardavo sola, sul divano, col piatto sulle ginocchia, e quando venivano Cochi e Renato ridevo, credo, come rideva il geometra Pozzi. Il lunedì non lo dicevo a nessuno, eppure avrei avuto da dire anch'io, sulla puntata, sui cantanti, sul vestito della presentatrice; ma nella stanza le parole correvano dal geometra Pozzi a Davide, e da Davide, il giorno dopo, a un altro, e io stavo su un ramo laterale, dove le notizie arrivavano e non ripartivano.
*
Il secondo lunedì di novembre Davide arrivò con la cravatta.
Era una cravatta scura, stretta, di quelle che si comprano sulle bancarelle del mercato convinti che siano da ufficio, sopra una camicia di popeline stirata male, a pieghe doppie sul colletto. La giacca era sempre quella larga. Il geometra Pozzi lo guardò appendere il cappotto e tacque; fece solo un cenno con la testa, minimo, e andò al tecnigrafo.
Quel cenno io lo conoscevo. Lo faceva quando una tavola gli tornava, quando la squadra combaciava col filo del righello, quando le cose stavano al loro posto. Complimenti il geometra Pozzi non ne faceva: quel cenno constatava che il mondo, per un attimo, era in ordine. Davide, che non poteva saperlo, lo prese per un complimento, e per tutta la mattina lavorò con le spalle un po' più dritte.
Da quel giorno la cravatta non se la tolse più. Ne comprò un'altra, poi un'altra ancora, sempre al mercato, sempre scure. Verso Natale si controllava il nodo con due dita, senza guardare, e non credo si sia mai accorto da chi aveva preso il gesto.
*
La domanda arrivò a fine novembre, un giovedì.
Dal cantiere del viadotto sulla statale era arrivata una lettera, che avevo protocollato io e portato al geometra Pozzi, e che il geometra Pozzi aveva letto in piedi, due volte, prima di posarla sul tecnigrafo sopra la tavola. Scavando per la pila numero quattro avevano trovato un terreno diverso da quello delle indagini: sotto la ghiaia c'era un banco d'argilla, dove i sondaggi dicevano che l'argilla non c'era, e le fondazioni, così com'erano disegnate, non reggevano. La direzione lavori chiedeva una perizia di variante. La chiedeva a noi; e le tavole delle fondazioni, quelle che adesso non andavano bene, le aveva disegnate il geometra Pozzi l'anno prima, con la sua firma in basso a destra, dentro il cartiglio.
Il geometra Pozzi indugiò in piedi, con la lettera in mano. Poi disse «Bene» a nessuno, si sedette e prese a sfilare i lucidi dal cassettone.
Davide si era avvicinato a guardare, ed era rimasto il tempo di leggere anche lui, e quando il geometra Pozzi si mise al lavoro gli si piazzò accanto, un passo indietro, come sempre. Quella volta però non stette zitto.
«Geometra» disse.
«Eh.»
«Ma come si fa a dire se è un imprevisto geologico o no?»
Il geometra Pozzi non alzò la testa.
«Cioè» continuò Davide, «se i sondaggi erano fatti bene, e l'argilla non c'era, è un imprevisto e paga il committente. Ma se i sondaggi erano pochi, o nel posto sbagliato, allora è progetto nostro, e paghiamo noi. Come si fa a dire quale delle due?»
Era una domanda giusta. Lo capii anch'io, che di fondazioni non sapevo niente, da come si irrigidì l'aria della stanza. Era la domanda che decideva chi avrebbe pagato; e sotto, in un punto dove forse Davide non era arrivato a guardare, chiedeva se il geometra Pozzi, l'anno prima, avesse sbagliato.
Il geometra Pozzi finì di tracciare una linea. Poi disse:
«Si fa la perizia. La firma la direzione lavori. Si è sempre fatto così.»
«Sì, ma…»
«Davide.» Alzò gli occhi e sorrise, il sorriso di un uomo che ha tempo. «Tu fammi le copie delle tavole vecchie, che mi servono. Poi vedrai.»
Davide esitò un secondo. Poi disse «Va bene», prese le tavole vecchie e uscì per recarle all'eliografia. Sul parquet il suo passo, quel giorno, suonava diverso, più lento, il passo di chi porta in mano un oggetto e non sa dove posarlo.
Guardai il geometra Pozzi, che aveva ripreso a disegnare. La mano scorreva come sempre, la matita faceva il suo rumore, e per un momento pensai che non aveva risposto perché non sapeva la risposta. Non perché non volesse dirla: non la sapeva. In venticinque anni aveva fatto perizie di variante e le aveva fatte firmare, e non si era mai domandato chi avesse ragione, perché nessuno glielo aveva mai domandato. Lo accantonai subito, quel pensiero, nello stesso cassetto della parola sentita sul pianerottolo. Lo pensai a metà, ecco: con la stessa distanza con cui si tiene in borsa un numero di telefono che non si intende comporre. Poi salì la posta, e mi misi a segnarla.
*
Le copie rientrarono nel pomeriggio: Davide le posò sul tecnigrafo, il geometra Pozzi le sfogliò e disse «Bene, bravo, sette più», e risero tutti e due.
In quelle settimane cominciai a sentire il geometra Pozzi due volte. La prima era il geometra Pozzi. La seconda era Davide, il giorno dopo, al telefono con un impiegato di un altro ufficio, o col ragazzo dell'eliografia, o con me, che ripeteva la stessa frase con le stesse parole, a ventiquattr'ore di distanza, una copia tirata su carta più chiara.
Il geometra Pozzi diceva che il dottor Macchi era uno che «le cose le firma, ma non le legge», e l'indomani Davide, al telefono, diceva che «il dottore firma, ma leggere non legge». Il geometra Pozzi diceva che quelli del cantiere «vogliono sempre la variante, perché la variante è soldi», e Davide lo ripeteva al ragazzo dell'eliografia, che di varianti non sapeva niente e se ne infischiava. Il geometra Pozzi diceva che il governo, quello di allora, non sarebbe arrivato a Pasqua; e il giorno dopo Davide, con me, disse che secondo lui il governo a Pasqua non ci arrivava, e io dissi «Ah», e lui parve soddisfatto, convinto di averla pensata da solo.
Non ci trovavo niente di male, perché era il modo in cui un ragazzo di ventisette anni impara a parlare in un posto dove non ha mai parlato. Ma lo segnavo, come segnavo tutto; e sentire la stessa frase due volte produceva uno strano effetto: alla seconda si sentivano i punti in cui la frase non stava in piedi da sola, e reggeva soltanto perché a dirla, la prima volta, era stato il geometra Pozzi, con la sua faccia larga e la sua sicurezza. Detta da Davide, la frase aveva dei buchi. Lui non li vedeva, perché li vedeva solo chi la sentiva per la seconda volta, e quella ero io.
*
Poi vennero le abitudini che con l'ufficio non avevano a che fare.
Il caffè: il geometra Pozzi lo prendeva al bar di sotto alle dieci e mezza, macchiato caldo, in piedi al banco, e Davide cominciò a scendere con lui e a ordinare il macchiato caldo, lui che a ottobre lo prendeva normale. Il pranzo: il geometra Pozzi andava alla trattoria dietro la chiesa, dove aveva il suo tavolo e la sua mezza minerale, e Davide, che i primi tempi si portava il panino nella carta oleata, smise di portarselo. Il giornale: il geometra Pozzi leggeva quello, e Davide, che non ne leggeva nessuno, cominciò a comprare quello. La macchina: a gennaio Davide disse che voleva un'auto usata e chiese al geometra Pozzi quale, e il geometra Pozzi disse la Centoventotto, e Davide prese una Centoventotto. Un sabato di febbraio, mi raccontò, era andato con la fidanzata a vedere un appartamento (aveva una fidanzata, al paese, che nominava di rado), e il lunedì chiese al geometra Pozzi se secondo lui il quartiere andava bene. Il geometra Pozzi disse che andava bene. Davide ne parlò per una settimana come di una faccenda sistemata.
Quando smisi di trovarlo naturale non lo so. So che a un certo punto mi accorsi che Davide non chiedeva più «come si fa», ma «lei cosa farebbe». La prima domanda vuole un metodo; la seconda vuole un uomo. E il geometra Pozzi un uomo lo era, con la sua faccia larga, la sua Centoventotto bianca e la sua mezza minerale, e rispondeva a tutto con la medesima calma: la calma di chi non ha mai avuto bisogno di sapere.
*
La Centoventotto di Davide arrivò un lunedì di fine gennaio, e lui la parcheggiò sotto le finestre.
Lo seppi dal parquet. Arrivò alle otto e cinque, ma da solo, senza il passo del geometra Pozzi davanti, e con un passo nuovo, più largo, di chi ha lasciato giù in strada la sua prima automobile. Appese il cappotto, si affacciò alla finestra e ci restò. Poi arrivò il geometra Pozzi, alle otto e sette, due minuti che per lui valevano una nota a margine, e disse buongiorno signorina; e Davide disse: «Geometra, è giù.»
Scesero tutti e due, e li vidi dalla finestra: il geometra Pozzi girava intorno alla macchina, lento, con le mani dietro la schiena, nello stesso modo in cui avrebbe esaminato un rilievo; si chinava a scrutare una gomma; apriva la portiera e la richiudeva per sentirne il colpo. Davide stava un passo indietro, come al tecnigrafo. A un certo punto il geometra Pozzi disse una frase, Davide annuì, e il geometra Pozzi gli batté una mano sulla spalla, una volta sola. Risalirono.
«Bene, bravo» disse il geometra Pozzi entrando, «sette più», e andò al tecnigrafo. Davide era paonazzo, e contento, e per tutta la mattina ogni tanto sbirciava di sotto, dove la macchina stava ferma. Era verde, una Centoventotto verde di seconda mano, con un'ammaccatura sul parafango posteriore che il geometra Pozzi, girando, aveva fissato a lungo senza commentare. Quella del geometra Pozzi era bianca, e stava dall'altra parte della strada, dove sostava da anni.
Cosa gli avesse detto giù non lo so. So che quella sera, alle sei, Davide uscì per primo, e da sopra lo vidi mettere in moto e indugiare un poco, col motore acceso, prima di partire. Il giorno dopo mi disse, senza che glielo chiedessi, che il geometra Pozzi gli aveva consigliato di cambiare l'olio. Lo disse col tono di chi riferisce una nozione. Io dissi «Ah». Pensai che la macchina l'aveva comprata lui, coi suoi soldi, e che adesso era del geometra Pozzi anche quella.
*
La trattoria dietro la chiesa la vidi una volta sola, di passaggio.
Era un martedì di febbraio, e mi avevano mandata alla posta con una raccomandata che non poteva aspettare, e la strada passava di lì. Avevo fame, ma non mi fermai: io mangiavo alla scrivania un panino portato da casa. Non per regola; nessuno mi aveva mai detto «venga anche lei», e quello che non succede, a lungo andare, diventa quello che non si fa. Passando, però, guardai dentro.
Erano al tavolo del geometra Pozzi, quello in fondo, vicino alla stufa di ghisa. Il geometra Pozzi sedeva di spalle alla porta, al modo di chi in quel posto non ha bisogno di vedere chi entra; Davide gli stava di fronte. Avevano davanti la stessa cosa, un piatto di bollito e una mezza minerale a testa. Il geometra Pozzi parlava con la forchetta in mano, Davide ascoltava col pane a metà; la padrona passò e lanciò una battuta al geometra Pozzi, il geometra Pozzi rise, e Davide rise dopo. Era il quadro della stanza, solo con la tovaglia a scacchi e l'odore di brodo.
Mi fermai il tempo di vederlo, poi andai alla posta, feci la coda allo sportello e tornai; alle due erano di nuovo su, il geometra Pozzi al tecnigrafo e Davide un passo indietro, e nessuno dei due immaginava che li avessi visti. Due colleghi che pranzano insieme, niente di più. Quel giorno, però, il panino alla scrivania mi parve un panino da signorina, e lo mangiai lo stesso, e poi appallottolai la carta.
*
Un lunedì di marzo Davide arrivò con la faccia di chi ha passato la domenica in famiglia.
Era stato al paese, dalla fidanzata, e lo raccontò al geometra Pozzi mentre appendeva il cappotto: il pranzo dai genitori di lei, la partita alla radio, la passeggiata sull'argine fra i pioppi, il ritorno la sera con la Centoventotto nella nebbia. Il geometra Pozzi ascoltava con la scatola delle matite in mano. Poi espose la sua: la domenica lui la faceva così, pranzo dalla suocera, la partita, un giro. Erano vent'anni che la faceva così. Andava bene.
«Eh» disse Davide. «Infatti.»
E io, che avevo sentito Davide raccontare la sua domenica prima di sentire il geometra Pozzi raccontare la propria, mi accorsi che erano la stessa domenica. Identica, con le stesse tappe nello stesso ordine, raccontata con le stesse parole, «un giro», «la partita», e con la stessa conclusione: andava bene. Davide l'aveva fatta prima e raccontata dopo, e io non sapevo se avesse fatto la domenica del geometra Pozzi o se l'avesse soltanto raccontata alla maniera del geometra Pozzi. Forse non lo sapeva nemmeno lui. A quel punto, credo, la differenza non c'era più.
*
Una volta lo chiese a me.
Il geometra Pozzi era a casa con l'influenza, a febbraio, per tre giorni, e la stanza pareva smisurata. Davide lavorava al tecnigrafo, la prima volta che ce lo vedevo da solo, e non era a suo agio: si alzava, si sedeva, andava alla finestra. Verso le undici si presentò alla mia scrivania con un foglio della direzione lavori in mano, la lettera del viadotto, e mi chiese se secondo me la perizia della pila quattro, che era ancora lì, ferma, perché il geometra Pozzi non l'aveva finita, andava mandata anche alla stazione appaltante o soltanto alla direzione lavori.
Lo sapevo, e non perché capissi di perizie, ma perché di lettere ne avevo protocollate mille, e sapevo dove andava ciascuna. Sapevo anche un'altra cosa, che a lui non avevo mai detto e che non avrei detto: quella perizia era ferma da due mesi e mezzo, e il geometra Pozzi, fra le altre ragioni, temeva di finirla.
«Non saprei» dissi. «Aspetti che torni il geometra.»
Davide disse «Sì, certo», e tornò al tecnigrafo. Non era ancora capace di darmi del tu, e neanch'io a lui. Segnai la posta. Non pensai di aver taciuto; pensai che rispondere non era il mio lavoro. Ed era vero, era vero, e la ragione non era quella.
*
Le crepe le vedevo io: poche, e piccole.
A gennaio era arrivato dalla Regione un modulo nuovo per le comunicazioni sui lavori pubblici. Il geometra Pozzi lo aveva soppesato a lungo, quasi fosse scritto in tedesco, poi l'aveva messo nel cassetto, e il cassetto era rimasto chiuso finché non lo compilai io, di mia iniziativa, copiando da un modulo che avevo visto passare in un altro ufficio. A febbraio aveva risposto al telefono a un ingegnere della direzione lavori con la formula che usava per i fornitori, «mi dica», e dall'altra parte c'era stato un silenzio che percepii fin dalla mia scrivania.
A marzo la perizia della pila quattro, finalmente, la finì. Me la diede da battere a macchina, quattordici pagine di relazione con le tabelle dei carichi e i diagrammi delle tensioni, e io le battei in due giorni, controllando ogni numero contro la minuta a matita, perché i numeri sono la sola parte di una relazione che una dattilografa può capire fino in fondo. A pagina nove c'era una quota sbagliata. Nella tabella la profondità del piano di posa era meno sei e quaranta; nel testo, tre righe sotto, meno quattro e sessanta. Una delle due era un errore di trascrizione, e dalle tavole si capiva quale. Restai con le dita sospese sui tasti. Potevo alzarmi, attraversare i quattro metri di parquet e dirglielo: geometra, a pagina nove c'è un numero che non torna. Potevo segnarlo a matita sul margine della minuta, con un punto interrogativo, e lasciare che lo trovasse lui. Battei meno sei e quaranta anche nel testo, rilessi la pagina, la sfilai dal rullo con un fruscio e la misi sopra le altre. Lui siglò la relazione senza rileggerla, come firmava tutto quello che usciva dalla mia macchina, e non se ne accorse mai.
Davide le crepe non le vedeva. O le vedeva senza capirle: vedeva il geometra Pozzi riporre il modulo nel cassetto e pensava che il modulo non contasse. Sentiva il geometra Pozzi rispondere «mi dica» all'ingegnere della direzione lavori, come rispondeva ai fornitori, e il silenzio che seguiva gli pareva maleducazione dell'ingegnere. Ogni crepa, passando per lui, diventava un fatto del mondo, non un fatto del geometra Pozzi. Aveva deciso che il geometra Pozzi sapeva, e da quel momento ogni gesto del geometra Pozzi era una prova che sapeva, anche i gesti che provavano il contrario.
Io no, perché non avevo deciso niente, e credere non mi serviva. Forse per questo vedevo: il re nudo lo vede bene chi non ha mai avuto niente da chiedergli.
*
Il dottor Macchi stava al piano di sopra, e per noi era soprattutto una firma.
Era il capo dell'amministrazione, e da due anni, da quando il vecchio direttore era morto d'infarto in sala riunioni, comandava anche sull'ufficio tecnico. Al geometra Pozzi la faccenda non era mai andata giù, e lo diceva a modo suo, con la frase che Davide ripeteva al telefono: «Il dottore le firma, ma non le legge.» Lo diceva ridendo. Non aveva mai capito, credo, che il dottor Macchi era di quelli a cui le risate arrivano anche attraverso i solai.
Lo vedevo poco; quando scendeva lo avvertivo dalle scale, un passo corto e frettoloso, da uomo atteso altrove; poi la porta si apriva senza che bussasse, e lui diceva «Buongiorno» a tutti insieme e si chinava sul tecnigrafo, mentre il geometra Pozzi gli spiegava la tavola con la sua voce da uomo che ha tempo, e il dottor Macchi ascoltava con la faccia di chi non è sicuro di non essere preso in giro. Era minuto, curato, con gli occhiali d'oro, le scarpe lustre anche nei giorni di pioggia e una laurea in economia e commercio che, dicevano quelli di sopra, custodiva in cornice sulla parete dietro la scrivania. Nessuno di noi l'aveva mai vista. Cattivo no; peggio: un uomo non sicuro di essere rispettato, che passava le giornate a cercarne le prove, e che le prove contrarie le conservava tutte.
Il geometra Pozzi lo trattava come trattava chiunque: cortese, tranquillo, con la mano aperta e la battuta pronta. Era la sua cortesia, quella che andava bene per il ragazzo dell'eliografia, per l'ingegnere della direzione lavori e per il barista; e proprio per questo non andava bene per il dottor Macchi, che avrebbe voluto una cortesia riservata a lui. Il geometra Pozzi non credo l'abbia mai saputo. Io sì, dalla mia scrivania vicino alla porta, dove le circolari del piano di sopra arrivavano prima che a chiunque altro. Da gennaio il dottor Macchi aveva cominciato a chiedermi, ogni venerdì, la copia del registro di protocollo dell'ufficio tecnico, «per conoscenza». Gliela portavo su alle cinque, in una cartellina verde, e la lasciavo alla sua segretaria. Nessuno, prima di lui, l'aveva mai chiesta. Le protocollavo, le sue circolari, e non dicevo niente: erano soltanto circolari.